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Di bambini e infanzia rubata.

Mi capita di incontrarlo spesso, avrà un anno in più di mia figlia, il viso scuro di chi trascorre tante ore sotto il sole, le gambe e i vestiti sporchi. E' con sua madre, giovanissima, i capelli raccolti, lo sguardo severo, indosso abiti lunghi e colorati. Il piccolo le sta accanto, a volte tenta di allontanarsi attratto da quella sana capacità di stupirsi e curiosare che solo i bambini hanno. La presa della mamma lo afferra e lo riporta alla realtà: in mano non ha un pupazzo o una macchinina, ha un bicchiere per chiedere l'elemosina a chi, uscendo dal supermercato, si affretta a rimettere gli spicci nel portafogli, afferra un telefonino o guarda dall'altro lato della strada per evitare l'imbarazzo che comporta la scelta del non darglieli, quei centesimi, guardandolo in faccia. 
Oggi il piccolo era particolarmente inquieto, correva dappertutto e la donna tentava inutilmente di trattenerlo. Piangeva, ma per lui nessuna consolazione. Forse aveva fame, in fondo era ora di pranzo, la nostra. Sicuramente avrebbe preferito essere altrove, poter scegliere di essere da un'altra parte: in un asilo con altri bambini a contendersi i giochi urlando 'è mio', o magari al mare, o semplicemente abbracciato a farsi coccolare prima di addormentarsi. Ma lui una scelta non ce l'ha. Non ora che si è stancato e ha smesso anche di piangere, e che le sue manine stringono di nuovo quel bicchiere, dove qualche spiccio in più, gettato distrattamente, potrà forse restituirgli il sorriso di bambino, perché sa che se va bene, se quel bicchiere si riempie abbastanza, forse tra poche ore potrà tornare a giocare e a stupirsi di ciò che lo circonda. 
Ma adesso no.

Pubblicato il 15/7/2016 alle 10.34 nella rubrica Attualità.

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