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...QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA...

3 ottobre 2018
la vita insieme a voi
Forse un giorno non ricorderò più il meraviglioso caos di questo periodo della mia vita. E no, non parlo dei continui risvegli notturni e dell'essere costantemente in piedi all'alba in qualsiasi giorno della settimana, che sia lunedì o sabato mattina, pieno inverno o una splendida giornata di vacanza fa poca differenza per me, che dormivo nove ore a notte e mi svegliavo al mattino nella stessa posizione in cui mi ero addormentata la sera. No, questo non potrò mai scordarlo. 
Quello che ho paura di dimenticare sono i momenti che passo insieme a voi, quelle piccole cose che rendono ogni giorno unico e speciale.
Mi piacerebbe poter ricordare Marianna che si sveglia al mattino e la prima cosa che fa è mettersi in testa una coroncina che usa come fermaglio per i capelli, per poi infilarsi nel letto accanto a me e cominciare a raccontarmi, parlando ininterrottamente, tutto quello che il giorno prima le è capitato a scuola (ma raccontarmelo quando al pomeriggio ti chiedo "come è andata?" no eh...troppo scontato!). 
E non vorrei mai dimenticare Lorenzo con il nasino ammaccato dopo una caduta al parco, che segue la sorella ad ogni passo e quando vuole farsi capire, in una lingua che ancora solo lui comprende, china il viso e pretende che lei lo guardi negli occhi. 
E quella fantastica visita dalla pediatra che ti rassicura e ti fa sentire serena salvo poi accorgersi, una volta tornati a casa e rigorosamente dopo aver parcheggiato la macchina, che Mari ha scordato nello studio il suo coniglietto di peluche (già piange disperata) e Lollo, che invece dorme beatamente nel seggiolino con la bocca spalancata ed espressione  soddisfatta, ha in mano un libricino di Winnie The Pooh "sottratto" allo studio della dottoressa (che fai non torni indietro a ristabilire l'ordine delle cose?). 
E vorrei ricordare per sempre le serate trascorse seduta per terra a giocare con voi (perché il divano è un elemento d'arredo ai miei occhi, un "gonfiabile" ai vostri), con i giochi sparsi in ogni angolo della casa, a controllare che non vi facciate troppo male.
E quella volta in cui Mari mi ha detto che per carnevale vorrebbe che il fratello si vestisse da cavallo e lei da principessa!!!
E Lorenzo che, dopo l'ennesimo lavaggetto del naso fatto però stavolta col nebulizzatore (o aerosol nasale...ebbene sì, esiste pure questo...) ha cominciato a correre per il corridoio velocissimo, un piccolo Usain Bolt, e a ridere per la meraviglia di quello che le sue gambe, per la prima volta, riuscivano a fare...
E poi io e Vincenzo, i nostri abbracci sciolti dalla vostra gelosia e irrefrenabile bisogno di esser presi in braccio proprio in quell'istante...
Come era la mia vita prima di voi non lo ricordo più, della mia memoria c'è poco da fidarsi. 
Sarà che è arrivato il momento di tenere un diario. Sarà uno specchio in cui rifletterci tutti insieme tra un po' di anni e sorridere di come eravamo, e di come siamo diventati.

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POLITICA
5 giugno 2018
Tempi bui

Riassunto dei primi giorni di governo giallo-verde

Un ministro della Famiglia che afferma che le "famiglie arcobaleno" non esistono.

Un ministro dell'Interno che definisce le organizzazioni non governative"vice scafisti", dice che la Tunisia "esporta galeotti", e che per gli "immigrati" è finita la pacchia. 

A quale pacchia si riferisce Salvini, forse a quella dei braccianti a 4 euro l'ora? Anni fa la rivolta di Rosarno scosse l'opinione pubblica e portò sui media nazionali le immagini di quei braccianti-schiavi. Tutti indignati davanti ai tiggì e poi nulla più. Anni dopo di quella stessa pacchia viveva il sindacalista, immigrato regolare maliano, Sacko Soumayla, ucciso nella piana di Gioia Tauro, proprio in quel Meriodione cui questo governo ha dedicato un Ministero.

Nessuno ha commentato l'episodio. Non il premier. Non i ministri delLavoro, del Sud, dell'Interno.

Una vergogna nazionale e tanta preoccupazione per la mia amata Italia

Mala tempora currunt...

 

17 ottobre 2017
Il senso del limite...
Leggo con la pelle d'oca il racconto di una giornalista ricoverata al Fatebenefratelli, a Roma, per un intervento di raschiamento, e della mancanza di umanità che ha accompagnato il suo "viaggio" verso un intervento chirurgico che nulla ha di ordinario. Già la parola mette la pelle d'oca, e non solo per il fastidio che evoca, prefigurando una sensazione di estremo fastidio e dolore. Non parliamo di un intervento qualunque, perché chiunque abbia provato l'emozione della gravidanza sa cosa significhi sentirsi madri sin dai primi giorni del concepimento, conosce quella sensazione e quell'istinto di protezione che subito vogliono mettere al riparo quel figlio, un embrione di due centimetri che già ha rivoluzionato la nostra vita, le visioni, le prospettive...e vengono i brividi a leggere il racconto di questa ragazza, che a dieci settimane vede spezzarsi quel sogno (non c'è più battito, le comunicano i medici, ma è "fortunata" perché abbiamo posto per l'intervento...)
La professione del medico non deve essere semplice, si ha a che fare con la vita e con la morte ogni giorno, ma mi chiedo quanto questo possa autorizzare a trattare ogni caso come ordinaria amministrazione, dando poco o per nulla peso allo stato emotivo dei pazienti, costretti in momenti delicatissimi della loro vita a subire la violenza di una barella che diventa posto letto per ore se non per giorni, di antidolorifici razionati, di infermiere spesso meno delicate di un macellaio e che non conoscono il senso del limite.
E il punto è proprio questo, temo che purtroppo in tanti, in troppi, oggi questo senso del limite l'abbiano perso. 
E ricordo come fosse ieri una vicenda personalissima. Ero ormai a 41 settimane di gravidanza, aspettavo la mia prima figlia e da tre giorni avevo contrazioni frequentissime e la sensazione che qualcosa non stesse andando per il verso giusto. Una domenica notte il dolore si era fatto troppo forte e avevo pensato "ecco ci siamo sta per nascere", Mio marito mi aveva accompagnato in ospedale, a Roma, e pensavo che varcata quella soglia finalmente mi sarei sentita accudita, al sicuro. E' invece lì che comincia l'impensabile. Erano i primi di luglio, mi mettono in una stanza con l'aria condizionata rotta, 40 gradi all'ombra e i piccioni che entravano e uscivano dalle finestre, aperte nel vano tentativo di far circolare un po' d'aria. In stanza una donna reduce da un cesareo in preda a dolori fortissimi e con la fronte madida di sudore supplica l'infermiera di avere l'antidolorifico e lei le risponde "deve scegliere se prenderlo ora o stasera signora veda un po lei perché più di due al giorno non ce li passano"...la donna piange chiede di poter vedere suo marito, ma "non è orario di visite". 
Nella stessa stanza due donne attendono un intervento chirurgico, una come me ha le contrazioni. Io faccio ormai fatica a camminare, ho piedi e mani gonfissime per via del peso e del caldo, cerco di far capire alle infermiere che non sopporto il calore e non riesco a camminare per via del gonfiore, chiedo la possibilità di essere spostata in un'altra stanza, ma lo fanno solo quando si accorgono che sono salentina e un'infermiera di Lecce fa pressioni per farmi spostare (proprio così! assurdo ma vero).
Nel frattempo continuo ad avere dolori e contrazioni frequentissime, e anche se durante i monitoraggi fetali vedo che il battito della bimba scende per loro non c'è alcuna emergenza, è tutto nella norma... "signora non se ne parla è tutto chiuso"...
Continuo a sentire che qualcosa non va, non mi sento bene, le contrazioni sono sempre frequentissime ma nessuno mi dà retta, per loro "non sopporto il dolore". 
I miei genitori, nel frattempo arrivati dalla Puglia, e mio marito sono preoccupati, ma cercano di tranquillizzarmi.
Una notte in ospedale senza nessuno, con le contrazioni che continuavano, la mattina chiedo di poter fare un altro monitoraggio, mi fanno aspettare alcune ore e quando finalmente riesco a farmelo fare mi ripetono "niente non se ne parla"...
E' allora che prendo una decisione, firmo per uscire dall'ospedale, perché sono convinta che qualcosa non va. Mi terrorizzano. "Firma contro il parere del medico e se poi quando esce da qui le si rompono le acque? Se quando torna non trova posto sono affari suoi..." 
Firmo quella carta ed esco. Passo la notte a casa con i miei ma non riesco a dormire né a muovermi, fatico a respirare. Chiamo il ginecologo di una mia amica, che lavora in una clinica privata e che, nonostante sia in vacanza all'estero, mi indica una sua collega da cui poter andare. Mi alzo, mi aiutano a vestirmi, mi portano in clinica. Il monitoraggio, come sospettavo, rivela un abbassamento del battito alle contrazioni. Non solo. Dall'ecografia la ginecologa sospetta che la bimba abbia dei giri di cordone, che fanno calare le probabilità di un parto naturale, e mi dice che sono in pieno travaglio. Quando le racconto che ho le doglie da tre giorni mi fa subito iniettare l'epidurale. Io smetto finalmente di soffrire e la mia storia ha un lieto fine, perché l'ostetrica e la ginecologa che con l'ossitocina cercano di indurmi il parto e mi rompono le acque, dopo essersi accorte che ho il liquido verde e che la bambina "non scende" mi portano in sala operatoria per un cesareo d'urgenza. Nasce mia figlia, rosa e bellissima, anche se con la pelle consumata dal mio liquido "tinto". 
Io sono ancora stordita dall'intervento, ma non soffro più, nemmeno nella fase post operatoria grazie alla morfina. Sono la donna più felice del mondo perché stringo tra le braccia la mia bimba, ma il pensiero va a quella poveretta che in una stanza d'ospedale, con 40 gradi e i piccioni che le svolazzavano intorno, disperatamente chiedeva gli antidolorifici...
E mi chiedo, se quella mattina non avessi firmato per uscire "contro il parere del medico", la mia storia avrebbe avuto comunque questo fine lietissimo? O invece sarei stata costretta a raccontarne un'altra di storia?
Quel giorno in un ospedale pubblico in un momento così delicato della mia vita, la sciatteria e il pressappochismo che si trasformano in violenza psicologica li ricordo come fossero ieri, ed è il motivo per cui, senza alcun dubbio, qualche mese fa ho scelto di far nascere il mio secondo figlio in una clinica privata. Ho scelto e, sia chiaro, avevo anche la possibilità di farlo, perché in regime di "intra moenia" ho potuto sperimentare la differenza di trattamento in ogni singolo attimo.
La sanità però è un diritto, e dovrebbe essere garantita umanità non solo a chi paga. 
Mi domando cosa debba ancora accadere e quante denunce come quella di Francesca saremo ancora costretti a leggere affinché venga finalmente recuperato il senso del limite.



diritti
15 luglio 2016
Di bambini e infanzia rubata.
Mi capita di incontrarlo spesso, avrà un anno in più di mia figlia, il viso scuro di chi trascorre tante ore sotto il sole, le gambe e i vestiti sporchi. E' con sua madre, giovanissima, i capelli raccolti, lo sguardo severo, indosso abiti lunghi e colorati. Il piccolo le sta accanto, a volte tenta di allontanarsi attratto da quella sana capacità di stupirsi e curiosare che solo i bambini hanno. La presa della mamma lo afferra e lo riporta alla realtà: in mano non ha un pupazzo o una macchinina, ha un bicchiere per chiedere l'elemosina a chi, uscendo dal supermercato, si affretta a rimettere gli spicci nel portafogli, afferra un telefonino o guarda dall'altro lato della strada per evitare l'imbarazzo che comporta la scelta del non darglieli, quei centesimi, guardandolo in faccia. 
Oggi il piccolo era particolarmente inquieto, correva dappertutto e la donna tentava inutilmente di trattenerlo. Piangeva, ma per lui nessuna consolazione. Forse aveva fame, in fondo era ora di pranzo, la nostra. Sicuramente avrebbe preferito essere altrove, poter scegliere di essere da un'altra parte: in un asilo con altri bambini a contendersi i giochi urlando 'è mio', o magari al mare, o semplicemente abbracciato a farsi coccolare prima di addormentarsi. Ma lui una scelta non ce l'ha. Non ora che si è stancato e ha smesso anche di piangere, e che le sue manine stringono di nuovo quel bicchiere, dove qualche spiccio in più, gettato distrattamente, potrà forse restituirgli il sorriso di bambino, perché sa che se va bene, se quel bicchiere si riempie abbastanza, forse tra poche ore potrà tornare a giocare e a stupirsi di ciò che lo circonda. 
Ma adesso no.

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permalink | inviato da Punti_di_vista il 15/7/2016 alle 10:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 luglio 2016
un vecchio binario a doppio senso di marcia
Un giorno prima che accadesse questa immane tragedia che ha colpito la mia terra, percorrevo in auto quella lingua d'asfalto che divide per pochi metri gli uliveti pugliesi. Terra rossa, il mare poco distante e una luce abbagliante. Ho preso tante volte quei treni, quando da universitaria 'salivo' a Roma o 'scendevo' per l'estate...ho percorso quel tratto a binario unico che qualche anno fa trasformò un mio rientro a casa in un viaggio della speranza raccontato da cronista sulle pagine del Messaggero. Per un guasto del treno che ci precedeva restammo bloccati per ore, in aperta campagna, col caldo infernale, tra quegli ulivi emblema di una terra tanto preziosa quanto disperata, sconvolta dalla crisi della mancanza di opportunità; la mia amata Puglia, tanto ricca di bellezze quanto svuotata di futuro. Un legame viscerale della terra madre con i suoi figli, capace di urlarti forte nel cuore e scoppiarti dentro quando son troppi giorni che quella luce non ti abbaglia. E per tornare a vederla devi percorrerlo quel binario unico che ti porta in Puglia. E ci vuole coraggio per rimettersi in viaggio e tornare indietro dopo che hai respirato la sua aria. Ci vuole forza per partire, ce ne vuole forse ancor più per restare. È un groviglio di sentimenti, il cuore accartocciato come le lamiere di quei due treni di pendolari che oggi si sono fuse in un abbraccio mortale. 
Mentre pensiamo a come difenderci dal terrorismo, due treni fanno più morti di un attentato. 
Mentre dibattiamo di immigrazione e razzismo, di Brexit ed Equitalia, un martedì tragico ci ricorda ciò che ancora è questo Paese: un vecchio binario a doppio senso di marcia, dove il confine tra la vita e la morte è sottilissimo e di giusto c'è rimasto poco e niente.

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DIARI
24 settembre 2015
Dove è finita la vostra eleganza?
A tutte le donne che guidano come gli uomini, quelle che ‘smadonnano’ e gesticolano nel traffico, che guardano senza vedere…che non si lasciano impietosire nemmeno da un disabile che attraversa la strada e suonano (ma che suoniiiii, ma non ce l’hai un cuore?), quelle che investirebbero un cane pur di non scalare la marcia (questo forse è troppo, ma alcune lo farebbero…). Ma ve la volete dare una calmata? Dove è finita la vostra eleganza? Pensate che per essere donne bastino i capelli in ordine e un paio di Chanel?
sentimenti
21 settembre 2015
lui, lei e gli insulti
Sono sempre stata convinta che la violenza verbale faccia mille volte più male di un ceffone…dialogo tra un lui e una lei, lui che ripetutamente la definisce imbecille, ignorante, lei che cerca di spiegargli qualcosa, lui che la insulta nuovamente, lei che continua a camminargli accanto come nulla fosse…ecco mi domando, a meno che quell’uomo non avesse dei seri disturbi psichici e lei non stesse effettivamente lavorando come assistente sociale di un pazzo…davvero mi chiedo per quale motivo quella donna non giri il suo deretano fuggendo via il più veloce possibile da quell’assenza di rispetto…da quando ha smesso di sognare una vita migliore? E da quanto si è rassegnata a quella mediocrità, a quella violenza…tutto questo mi passa per la mente in un secondo, mentre rallento il passo per non sentire più le loro voci

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vita familiare
10 settembre 2015
crescere
Vuol dire tante cose, ed è talmente faticoso e bello a un tempo...
Incoraggiare tua figlia a camminare da sola, darle fiducia minimizzando le cadute...darle forza perché i suoi passi diventino sempre più sicuri. Anche se sai che quei passi le serviranno per andare da sola, forse lontano da te. 
Lo sai. Ma poi lei si gira, ride, ti viene incontro. E tutte le paure (le tue) si dissolvono in quell'abbraccio.

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